venerdì 7 luglio 2017

Partecipazione alla Giornata del Contemporaneo 2017

Studio d'Arte 15 parteciperà alla Giornata del contemporaneo 2017 con la mostra Il Caos  dedicata alle opere di Sandro Taurisani, a cura di Alessandra Cocchi.

Sandro Taurisani. Caos n.6. Dett.


L'opera di Taurisani è un viaggio di esplorazione, dove un segno minuzioso e sicuro disegna la geografia complessa dell'interiorità. Così la linea rivela le stratificazioni dell'essere, i segni impressi dalla vita, il groviglio delle emozioni, i pensieri e le riflessioni sul mondo esterno, guidata da uno sguardo insaziabile, extra-temporale, che riesce a fondere insieme memoria e progetto.

L'evento, organizzato da AMACI, Associazione dei Musei d'Arte Contemporanea Italiani, è patrocinata dal Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo.
La mostra si terrà nel mese di ottobre 2017 e verrà inaugurata sabato 14 ottobre.

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Ricordiamo che nei mesi di luglio e agosto la galleria effettua la chiusura estiva. Le attività espositive riprenderanno nel mese di settembre 2017.

mercoledì 17 maggio 2017

Le "Forme effimere" di Alessandra Cocchi

Per i mesi di maggio e giugno 2017 lo spazio espositivo  di Studio d'Arte 15 a Cesena accoglie le nuove sculture della serie Forme effimere di Alessandra Cocchi.


Una veduta dell'allestimento
Le opere rappresentano un proseguimento della  recente ricerca espressiva condotta dall'artista a partire dall'estate 2016, basata su un principio di aggregazione di elementi modulari che possono associarsi secondo infinite possibilità.


Stazione per meteoriti

Con fantasiose combinazioni di piccole tessere dai colori madreperlacei sono nate  forme leggere che sia articolano nello spazio e sembrano seguire una crescita spontanea. Esposti come in un museo improbabile,  questa strana collezione di oggetti,  a metà tra le costruzioni fantastiche e le macchine inutili,  sembra una piccola raccolta di reperti provenienti da altri pianeti.

Dettaglio di una delle sculture esposte

Cometa che si risveglia




Hanno anche una natura "effimera",  poichè  si tratta di composizioni provvisorie che vivono il tempo della loro esposizione e poi scompariranno per mano dell'artista che le ha create. Ma potranno rinascere in forme nuove in una prossima occasione.


Un dettaglio dell'allestimento

Finestra per il vento

Dettaglio di una delle sculture esposte

Dettaglio di una delle sculture esposte

Una veduta dell'allestimento



La mostra proseguirà fino al 30 giugno 2017 e l'apertura al pubblico seguirà l'orario seguente: martedì, mercoledì, venerdì,  sabato orario: dalle 17 alle 19. (chiuso lunedì, giovedì e festivi) 

Studio d'Arte 15
Subborgo E. Valzania 15, Cesena





martedì 18 aprile 2017

I grattacieli di Massimo Galuppi

Dal 22 al 30 aprile Studio d'Arte 15 a Cesena ospita L'anima e il grattacielo, una mostra dedicata ai dipinti di Massimo Galuppi, a cura di Alessandra Cocchi.


La locandina della mostra



L'ingresso alla mostra





Alcune immagini dell'allestimento.


Recensioni

         Colei che qui ed ora, nel mentre che fa riaffiorare sensazioni dalla distanza temporale intercorsa, tenta anche di tradurle trascrivendole, è la medesima che, quel giorno di due mesi fa, partita con l'intento di scattare fotografie alle tavole dipinte di Massimo Galuppi, si trovò incentrata in un'esperienza quasi mistica, una sorta di astrazione a-spaziale, o meglio pluri-spaziale, che con un soggetto artistico differente –  figurativo, magari – avrebbe avuto forse di che confondersi con una manifestazione leggera di Sindrome di Stendhal.
Invece si trattò di una progressiva (a mano a mano che si realizzava frontalmente l'appropinquamento fisico al dipinto) compenetrazione psico-logica dell'anima spettatrice con la sostanza materica dell'architettura colà scomposta e riassemblata in pittura.



Massimo Galuppi. Manhattan 2010

         Galeotta sarà stata la suggestione d'atmosfera; oppure a dischiudere il sipario percettivo della fotografa sarà stata la solidarietà di lei con gli intenti espressivi accalcati nel cantiere pittorico dall'artista cesenate (che da ormai lungo tempo la scrivente conosce, e che costantemente riconosce congeniale a sé).
O forse, a perpetrare l'incanto astraente di cui chi scrive si è trovata vittima contenta, non era proprio quella inconfondibile qualità pluridimensionale dei dipinti di Galuppi? Quella loro complessità (de)costruttiva di accostamenti e di sovrapposizioni, che in maniera così singolare ed originale (dunque riconoscibile) ottiene di approfondire i suoi dipinti in ambo le direzioni – orizzontale e verticale – previste dallo schermo pittorico. Nelle opere galuppiane invero sempre si constata una bidimensionalità controversa, si direbbe recalcitrante a dover – per statuto pittorico – rinunciare alla terza dimensione, quella che è propria, costitutiva, ed anzi essenziale, del (s)oggetto architettonico (di cui la pittura di Galuppi è cantrice).



Massimo Galuppi Manhattan 2012

Anzi, la interiore movimentata molteplicità della superficie ritratta mai s'acquieta nella levigatezza bidimensionale pittoricamente attesa, inficiata sempre com'è dall'emergere materico di sottili presenze aggettanti, quegli innervati filamenti di pasta deposti in contrasto cromatico, a rivendicare alla reinventata architettura dipinta la caratteristica qualificante – e non solo in senso architettonico – di “avere spessore”. Quali, infatti, impalcature metalliche a sorreggere i lavoranti impegnati nel rifacimento di un edificio in ristrutturazione, così le “canalette linfatiche” di smalto profilano le porzioni (ritorte, distorte e riconfigurate dalla mano dell'artista) dell'architettura prescelta, a rilevarsi come trama e fascino di ragno che alletta e attrae fatale l'insetto. C'è infatti una catturante potenza di attrazione entro il reticolo irregolare di tali cellule dai profili rilevati in pasta color biancastro o argenteo o azzurrato o nero. C'è l'imponderabile e lo schiocco della crosta terrestre che si crepa nel moto vitale della peculiarissima tettonica archi-tettonica messa su tavola da Galuppi.



Massimo Galuppi. Manhattan 2012

In colei che ragno attirato nella tela si sentì allora, ed ora si risente e ne scrive, al cospetto dei dipinti galuppiani c'è quella medesima emozione che la commuove interiormente allorquando si rinviene dinanzi ad un planisfero, quasi che a materializzarsi sulla parete fosse allora la fantasmagorica mappa del tesoro –  da ciascuno sognata in età non sospetta –, ed il tesoro fosse ogni potenziale umanamente realizzabile. Sul palcoscenico della tela, insomma, un planisfero di possibilità spalancatesi a sfida dinanzi alla nostra abitudinaria ottusità, acquisizione insensibile del divenir adulti. Ogni quadro diventa allora un invito a rimescolare i puzzle della nostra esistenza, consci che c’è sempre l’opportunità di fare di tale nostra esistenza l'arena su cui potrebbe scatenarsi ed inverarsi l'irreale, se solo si avesse noi il coraggio di reimpostarci su di essa ed, in base alle nuove configurazioni lì rappresentate, riprogrammare il nostro sentiero vitale.



Massimo Galuppi. Manhattan 2014

         In definitiva, non in altro che in tale scardinamento ed intimo sommovimento del solido architettonico in ricomposizioni altre ed eventuali, in riattuazioni dell'esistente, dunque nella rigenerazione alternativa del costruito (ossia del reale), in ciò, risiede la maggior scintilla di attrazione nella poetica pittorica di Massimo Galuppi. A parere della scrivente, s’intende. Ciò che intriga lei è, insomma, il galuppiano configurare assetti alternativi di un reale – quello architettonico – che, talmente quotidiano, concreto, solido e corpulento, purtuttavia paradossalmente risulta negletto dalla vista e, genericamente, dalla percezione sensoriale del riguardante. Ne consegue che dall'occhio e dal sentire insensibili del passante, codesta tanto imponente presenza architettonica finisca inclusa nel novero delle staticità date per scontate, dei dati stabili (non è, d’altronde, “stabile” uno dei sinonimi di “edificio”?), considerata alla stregua di una mera invarianza percettiva all’interno della semplificata e carente cognizione urbanistica (e conseguentemente culturale tout court) del cittadino.
È allora proprio in questo snodo etico-sociale, che si insinua il modus pittorico galuppiano, che – quasi suggerendosi come pharmacon –, si ribella a tale intestardita pigrizia civica, impugna il pennello quasi fosse piccone, rivanga il lotto edificato, ripensa l’alzato ed i volumi, rinviene nuovi ordinamenti possibili per murature mattoni tegole finestre soppalchi tetti scale ciminiere etc. Per, infine (con desiderato effetto consequenziale di un’iniziale sorpresa e la successiva comparazione critica fra la versione reale e quella rigenerata) restituire al riguardante l’oggetto architettonico noto in una forma inaudita. Suscitando meraviglia.



Massimo Galuppi. Manhattan 2014

Quella stessa meraviglia, da cui nemmeno l’artista è esente. Sicché accade che, inizialmente rapito egli dalla configurazione attuale dell’architettura, è infine l'artista stesso che la rapisce, facendosene ricreatore, sollevandone la pelle per reimmaginarne l'accostamento cellulare secondo modalità rigenerate (e – tale l’auspicio – rigeneranti). Terminologia biologica non fuori luogo, dacché l'intera operazione messa in atto con tratti e campiture, simbolicamente funge da chirurgia estetica (e dunque contemporaneamente etica, secondo l'ottimo detto wittgensteiniano) dell'organismo architettonico, ed in più larga scala urbanistico, a disposizione del corpo civico. Con talora perfino degli autentici riposizionamenti del D.N.A. plastico e statico.
Si badi, tuttavia, che il nastro di partenza è sempre il “dato” (il reale, il costruito – imprigionato che sia in scatto fotografico, ovvero calamitato in figura memoriale da un’antica visione autoriale –), su cui il processo artistico lavora per revocare questa (troppo) assodata “datità” e tramutarla in uno degli innumerevoli potenziali esistibili, ma non pervenuti a realizzazione, poiché scalzati dall'unico prescelto.



Massimo Galuppi. Manhattan 2016 

         È dunque consustanzialmente filosofica questa arte, che reduplica il reale e lo rifrange in una pozzanghera cromatica e formale di tentativi costruttivi inespressi, colmando questa loro latente richiesta di attuazione con il surrogato pittorico di una esistibilità opzionale. Rimettere in campo i progetti scartati, istigare alla ribellione le alternative costruttive sconfitte o nemmeno concepite... Provocazione ad esistere? Si potrebbe ipotizzare un’arte con intento provocatorio, dunque. La filosofia è certo un balsamo fin troppo intridente per le menti prone a concederlesi. Sovverrebbero certamente Aristotele, con i suoi requisiti di accidente e le spole fra potenza ed atto (e viceversa: in verità, la fattispecie della procedura galuppiana parte dal realizzato, da cui estrae, trae e contrae configurazioni inesistenti – e, per essere sinceri, per lo più inesistibili –), Platone, Heidegger (tutti architetti di filosofia e filosofi di architettura); nonché la semiotica letterario-urbanistica di certo Ricœur, e ancora ovviamente certa avanguardia pittorica, certa fantascienza (declinata in libri ed in film), senza poter tralasciare l'immaginativa urbanistica calviniana, sempre sospesa tra esistibilità dell’inesistente e suo contrario. E così innanzi procedendo, poiché, a voler precisare l’humus che ha allevato la pittura galuppiana, si potrebbe allegare ancora una panoramica di altri stimoli e modelli lunga millenni e larga continenti. Non andremo, però, ad aggravare di tali complicanze concettuali le astratte tessere cromo-formali galuppiane, che così come sono – pure da incrostazioni troppo cerebrali –    restano appese assai leggiadramente al loro rinnovato tessuto connettivo, imbragate da lievi immaginifiche punzonature in paste metalliche: aggregate, sì, fra loro,  ma pur sempre ammiccanti ad un eventuale – e non da escludersi... – rimescolamento pitto-archi-tettonico.
         Nell’opera galuppiana, scodellato su tela è niente meno che lo statuto della precarietà d'esistere. Instabilità, sospensione, indecisione, inconcludenza, insoddisfazione: in definitiva, quella che il pittore astrattista e mistico Massimo Galuppi sunteggia è la finitezza dell’uomo, (ri)scoprendo dalla sua prospettiva originalissima incastrata fra architettura, fotografia e pittura, che il minimo comune denominatore strutturale dell’uomo è il mutamento, è vento, è polvere: quella biblica “polvere”, che – pur con tutti i rimescolamenti accidentali che potrà subire – ritornerà comunque sempre polvere.
Tanto più spettacolare, allora, che non ne discenda un senso tragico dell’esistere. Perché anzi, proprio quel sagace ed autoironico invito, che le tessere pittoriche ed architettoniche galuppiane ci insinuano, a continuamente riconsiderarsi, per rigenerarsi, quell’essere loro custodi di uno spirito di trasmutazione perpetua vivificante, ebbene ciò risulta essere sorgente di conforto. Almeno per chi – ed è colei che ancora, ma non ormai per molto, sta scrivendo – veleggia in tale nostra piega generazionale ed epocale signoreggiata da una insoverchiabile espansa precarietà. Sarà allora forse anche per tale insospettata attualità del farmaco galuppiano, che le misture architettoniche del mago Galuppi agiscono su di lei – sia allorquando è fotografa sia quando scrittrice sia quando semplice riguardante – come iniezioni di propositività, stimolatori di costruttività ed incantesimi di fiducia.

Ambra Marzocchi, 16 Dicembre 2010



Massimo Galuppi. Manhattan 2016



Massimo Galuppi è un pittore i cui soggetti privilegiati sono le architetture contemporanee, internazionali ma anche locali, come dimostra un ciclo pittorico (16 quadri) interamente dedicato al quartiere ex Zuccherificio di Cesena. Le sue opere, di figurazione non accademica, sono riconducibili a uno stile che si situa nello snodo tra formale e informale - con influssi di digital art nella strutturazione compositiva ed un uso del colore insieme carnoso e irreale - e occupano una posizione originale nel panorama artistico non solo cesenate.

Renato Loris Mariotti,  2010

I cicli pittorici prodotti negli ultimi anni dal pittore Massimo Galuppi hanno ricevuto, in più occasioni, un meritato riconoscimento, sia da parte di un pubblico interessato, che di una critica attenta. Ciò che qui interessa segnalare di questo itinerario espressivo non è tanto l’originalità dei temi oggetto dell’opera di Galuppi – seppur unici  –, quanto la necessità poetica di svolgere la propria indagine pittorica a partire dall’osservazione attenta della città contemporanea. […] il cui percorso, un po' schematicamente, lo si può anche pensare quale interazione tra macrocosmo dello spazio urbano e microcosmo del corpo architettonico[…].
Un percorso, quindi, che dispiegandosi da un primo ciclo, CittàPolis, in cui palinsesti di colore e forme reinterpretano l’articolarsi di ipotetiche stratificazioni urbane, si sofferma poi, sulle poetiche interpretazione degli spazi pubblici del quartiere ex Zuccherificio di Cesena di Gregotti, là dove il principio insediativo fondato sul tema della piazza quale nucleo aggregativo attorno al quale si articola lo spazio urbano viene rielaborato in uno spazio “sospeso”, trasfigurato in oniriche dissolvenze prospettiche. Quasi come in un successivo passaggio di scala urbana, troviamo poi alcune visioni più dettagliatamente architettoniche, quali la “composita” torre del centro meteorologico di Barcellona di Alvaro Siza, o il “metafisico” volume del cimitero di San Cataldo a Modena di Aldo Rossi, (si veda anche lo “scomposto” equilibrio cromatico della torre di Hans Kollhoff a Berlino). L’ultimo ciclo, SacerArch, sviluppa, più specificatamente, istanze cariche di sacralità, mediante la rilettura di due architetture complementari: l’asciutto espressivismo, quasi metafisico, dell’interno della cappella Notre-Dame du Haute a Ronchamp di Le Corbusier e l’equilibrato lirismo della chiesa della Sacra Famiglia a Genova di Ludovico Quaroni. […]
In conclusione: nessun intento “rappresentativo” pervade queste visioni, le quali appaiono voler additarci, semplicemente, “segni sospesi” di una ricomposta e meditata bellezza in questa nostra contraddittoria contemporaneità.

Johnny Farabegoli, 2009



Massimo Galuppi realizza le sue opere con tecnica mista su cartoncino o su tela. Ma è sopratutto la grafica digitale lo strumento espressivo di cui il Galuppi si serve per la sua attività artistica, il mezzo più idoneo per manipolare e trasformare immagini e disegni per la stesura dei colori e la loro gradazione cromatica.
Il colore, il pennello e la tela sono, da sempre, gli strumenti più semplici per svolgere l'attività pittorica. Massimo Galuppi è, invece, un'artista che, come pochi altri, impiega mezzi espressivi diversi. Le immagini, ideate nella sua fantasia creatrice, le costruisce con la grafica digitale. A questo primo atto fa seguire un complesso lavoro di manipolazione, disgregazione e ricostruzione. Il terzo movimento è rappresentato dalla campitura dei colori, usati e dosati con attenta cura e parsimonia. Un altro tratto non comune, anzi singolare, del Galuppi è il modo con cui si serve del bianco e del nero, in particolare di quest'ultimo, vera "pietra filosofale" della ricerca galuppiana, che sa dare forma vitale all'informale.

AAttilio Bazzani



Cromie 2015.
Questa nuova esposizione dell'artista cesenate Massimo Galuppi, pur nell'esiguità del numero dei lavori esposti, costituisce un'ulteriore metamorfosi linguistica di una rinnovata e feconda ricerca pittorica  che sembra ora svincolarsi dalle più serrate "strutture" geometriche del precedente ciclo dedicato a Manhattan (in particolare "Manhattan/3"), di cui rimangono, comunque, in-visibili tracce.
Nel rinnovato sguardo che qui ci viene offerto dall'artista, i lavori del ciclo "Zen-Cromie"  sembrano caratterizzati da un processo pittorico-compositivo che procede per "semplificazioni" dei propri elementi costitutivi, in grado però di spingere lo sguardo dell'osservatore proprio là dove,"apparentemente", sembrerebbe non esserci "nulla" da vedere.Così, come l'adagio svolgersi diun lirico movimento musicaletrae sostanza dal"necessitante" silenzio-attesache antecede il sorgere dell'evento sonoro - e a cui rimane indissolubilmente legato -,  allo stesso modo lo "spazio vuoto" che sembra espandersi sulla tela dà corpo e sostanza all'articolarsi  dell'orditura/partituradella composizione cromatica.

E proprio da questa "prospettiva zen"sembra riflettersi, come in uno specchio, la "semplice pienezza" che feconda la linearità delle forme, e che, al pari di un sapienziale motto zen, sembra ricordarci che il "vero vedere è quando (apparentemente) non c'è più nulla da vedere".

Johnny Farabegoli, 2015


mercoledì 22 marzo 2017

Notturni di primavera

Studio d'Arte 15 accoglie la nuova stagione con  Notturni, una mostra personale di Alessandra Cocchi, che raccoglie una serie di opere in tecnica mista su carta, realizzate in gran parte nel 2006. 

La locandina della mostra

Si tratta di opere che rappresentano una fase espressiva segnata soprattutto dal ritorno al colore, al trattamento sperimentale della carta e all'utilizzo di frammenti e materiali inusuali che fanno parte del gruppo dei polimaterici.






Alcune immagini dell'allestimento.

Alessandra Cocchi. Viaggio nella memoria. 2006. Tecnica mista su carta. 


Il tema centrale  è la notte, intesa come dimensione dello spirito, luogo non-luogo, altro, senza confini, dove l'immaginazione si stacca dalla materia e libera il suo carico di emozioni ed esperienze. Tutto si scioglie in una dominante blu, rischiarata da trasparenze e forme leggere e luminescenti simili ad ologrammi. 


Alessandra Cocchi. 2006. Il sogno di Frithurick. Tecnica mista su carta

Anche nei formati più piccoli si coglie il tema dello spazio, uno "spazio notturno" avvolgente,indefinito e vago, che non è mai concluso, mai compreso nei limiti del quadro. 


Alessandra Cocchi. Brina sotto la neve. 2006. Tecnica mista su carta.


Alessandra Cocchi. Due cerchi sulla strada. 2006. Tecnica mista su carta.



In questi dipinti lo spazio è una distanza creata con il colore, un tipo di spazio profondo, multidimensionale, costruito su punti di vista a-prospettici e vaganti, come quelli della Città nella memoria; ora posti all'interno delle cose, come lo sguardo dentro ai percorsi 
psichici-mentali de Il sogno di Frithurick



Alessandra Cocchi. Il lago rosso. 2006. Tecnica mista su carta.

ora dall'alto come in Due cerchi sulla strada e nel Lago rosso; ora dal punto più basso della materialità umana, tra la polvere, verso il cielo ultraterreno della Culla della Luna



Alessandra Cocchi. Una culla per la luna. 2006. Tecnica mista su carta.


Infine c'è lo sguardo portato a distanze siderali come nel Pianeta perduto, opera che conclude questa fase e ne apre un'altra, rappresentata dalla serie dei Pianeti sviluppata negli anni 2007-2008.

Alessandra Cocchi. Il pianeta perduto. 2007. Tecnica mista su carta.

sabato 25 febbraio 2017

Circus Molinario

Dal 10 al 19 marzo Studio d'Arte 15 a Cesena ospiterà la mostra Circus Molinario, con dipinti dell'artista  piemontese Fabrizio Molinario, curata da Alessandra Cocchi.


La locandina della mostra


Il mondo del circo ha un fascino senza tempo, che ne fa un luogo amato da adulti e bambini.

Fabrizio Molinario. Tendone. 2016. Acrilico su tela

Nell’arte, i soggetti legati a questo mondo sono stati spesso fonte di ispirazione e nel tempo diversi artisti ne hanno fatto la propria materia narrativa, recuperando l’anima infantile che connota ogni essere umano e che normalmente tende a rimanere nascosta.

Fabrizio Molinario. La giostra degli elefanti.
2016. Acrilico su tela.

Anche Fabrizio Molinario ha deciso di esplorare se stesso attraverso il circo e lo fa grazie ad una serie di opere che, recuperando la semplificazione delle forme e l’esaltazione dei valori plastici tipiche delle tendenze del primitivismo di inizio Novecento, esaltano la sua vena inventiva. Molinario infatti sta compiendo un personale percorso di formazione e le suggestioni del passato vengono da lui reinterpretate alla luce di un’idea di forma e colore che è solo sua.


Fabrizio Molinario. I trapezisti. 2016. Acrilico su tela.

La forma quindi diventa, nel suo apparente arcaismo, irregolare e fluida, vibrante, proprio grazie all’uso sapiente e talvolta spregiudicato del colore, che è materia viva e percepibile sulla tela. In questo sta la sua capacità: rendere vive le sue figurine, che si muovono sulla superficie pittorica in una danza ancestrale, amplificata dai volti spesso cristallizzati in maschere senza tempo.


Fabrizio Molinario. La tigre.2016. Aclilico su tela

Pennellate decise si rincorrono, creando spazi definiti e materici, arrivando a dar vita ad una storia di umanità sorprendente, che nella semplicità regala ad ognuno la capacità di dirsi infinito.

Federica Mingozzi

Circus Molinario

Mostra personale di Fabrizio Molinario  a cura di Alessandra Cocchi.  
0 – 19  marzo  2017
Studio D’Arte 15 - Subborgo  Eugenio Valzania, 15, Cesena
Inaugurazione  venerdì  10 marzo  2017  ore 17.00
Orario: martedì, mercoledì, venerdì e sabato dalle 17.00 alle 19.00


Fabrizio Molinario


Fabrizio  Molinario  nasce a Novara nel 1968, città in cui vive e lavora. Inizia la sua attività pittorica nel 2003.Ha esposto i suoi lavori in diverse gallerie, spazi pubblici e fiere in Italia ed all’estero. Alcune delle più significative: “Sinergy Art Barcelona” – Crisolart Galleries -  Barcellona 2015; “Madre Italy” - Gallery Tabernacle – Londra 2015;  “Opposti armonici” – Galleria Civico 8  a cura di Chiara Milesi- Vigevano (PV) 2015; “Tentazioni d’artista”- castello di Vigevano a cura di Gaia Rotango - Vigevano (PV) 2015 ; “I volti dell’anima” – Sala dell’Accademia del Broletto- a cura di Bruno Bandini –Novara Catalogo 2014; “Free Hand” – Adsum Arte contemporanea – Terlizzi (BA) Catalogo 2014; “The people” – Galleria Galgarte, a cura di Emilio Minotti- Bergamo 2014; “ Free Style”- Chie Art Gallery- Milano 2013; “Beati gli ultimi”- Galleria Massella, a cura di Licia Massella- Verona 2013; “Affordable  Art  Fair”, Superstudio più- Milano 2012; “Colori d’Italia”, Museo civico di Silistra (Bulgaria), catalogo 2012; “Le forme ludiche della vita”- Artime Gallery , a cura di Veturia Manni- Latina 2016; “Circus Molinario”- Studio d’arte 15, a cura di Alessandra Cocchi- Cesena  FC 2017.

domenica 5 febbraio 2017

Carnevale allo Studio 15

Il mese di febbraio lo spazio della galleria cesenate è dedicato al Carnevale, con le maschere di Alessandra Cocchi.




L'invito alla manifestazione è rivolto a tutti in forma di video:





Le opere esposte riprendono la tradizione popolare delle maschere e dei carri anche attraverso la tecnica della cartapesta. Ma nelle fantastiche rielaborazioni dell'artista si possono rintracciare anche riferimenti a diverse civiltà, in un gioco di rievocazioni e invenzioni dove tutto si mescola in una festa di forme e di colori.




Per l'interesse suscitato, la mostra che era prevista fino al 28 febbraio, proseguirà fino al 7 marzo 2017.

Per ulteriori approfondimenti sulle Maschere di Alessandra Cocchi clicca qui.




venerdì 6 gennaio 2017

Visione sognante. Opere di Maria Pia Campagna



La locandina dell'evento


Ritorna, nella galleria dello storico borgo di Porta Santi a Cesena,  Maria Pia Campagna, con una serie di opere sorprendenti e poetiche, di grande impatto visivo e fortemente espressive concentrate sul tema del sogno. La mostra Visione Sognante, curata da Alessandra Cocchi,  si svilupperà per tutto il primo mese dell'anno 2017, dal 10 al 23 gennaio. 

L'allestimento della mostra visto dall'ingresso.
 Il gruppo di opere esposte, appartenenti a due diverse serie di dipinti risalenti al 2006, appartengono ad un momento di ricerca interiore, vissuta attraverso immagini viste come in sogno. 

Maria Pia Campagna. Occhio. 2006. Acrilici su tela

Questi lavori sono accomunati dal coagularsi del colore, materia pittorica capace di passare dalla trasparenza traslucida al grumo materico e dalla gamma calda, sui toni del giallo e del rosso.





Maria Pia Campagna. Indelébilé. 2006. Pigmernti e acrilici su tela.

Notevole è la forza espressiva del gruppo degli Indelébilé, realizzati con una tecnica sperimentale di pigmenti e altre sostanze, dove i colori sembrano viventi, mossi da strane e misteriose energie.


Dettaglio di Isabella d'Este, uno dei dipinti del gruppo Indelébilé

Dettaglio dell'Autoritratto, uno dei dipinti del gruppo Indelébilé


Dettaglio dell'Uomo, uno dei dipinti del gruppo Indelébilé


I colori di Maria Pia Campagna in Indelébilé.


Molto particolare è anche l'allestimento, con l'installazione quasi totemica dell'Occhio, centro di attrazione "magnetica"  della mostra ed elemento simbolico e quasi sacrale della visione poetica a cui allude lo stesso titolo scelto per l'esposizione.

Maria Pia Campagna. Effervescit. 2006Acrilici su tela.

I due dipinti dal titolo Effervescit, uno di formato rettangolare alto e stretto, l'altro circolare, rappresentano un altro momento della ricerca espressiva dell'artista, dove la forma ridotta all'essenziale, le composizioni centrate e i colori caldissimi emanano una forza quasi ipnotica come di richiamo ad una dimensione interiore.




Maria Pia Campagna. Due dettagli di Effervescit. 2006Acrilici su tela.


A. Cocchi



Studio d'Arte 15  
Cesena
subborgo Eugenio Valzania 15

Dal 10 al 28 gennaio 2017
orario di apertura: dalle 17 alle 19
Chiuso: domenica, lunedì e giovedì